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Rinascere con lo sport

23 Aprile 2021
Moreno Pesce

MORENO PESCE, ATLETA AMATORIALE, AMPUTATO, APPASSIONATO DI MONTAGNA, CI RACCONTA CHE LO SPORT È INDISPENSABILE, È VITA – E LO HA AIUTATO A RINASCERE QUANDO, IMPROVVISAMENTE, LA SUA VITA È CAMBIATA

Di Daniele Milan

 

Moreno Pesce, classe 1975, appassionato di montagna fin da piccolo. La sua vita cambia completamente quando, a seguito di un incidente motociclistico, gli viene effettuata un’amputazione transfemorale. La sua straordinaria forza di volontà gli permette di reagire alle nuove difficoltà e di ritornare in montagna. Gli piace mettersi alla prova, senza mai strafare. Ogni sua sfida è vita, divertimento e passione. Oggi racconta il proprio percorso di rinascita a 360°, tra sfide del passato, traguardi raggiunti, obiettivi futuri e attualità.

 

A seguito di un incidente in moto ti viene effettuata un amputazione transfemorale della gamba sinistra. Qual è stata la prima sensazione? In che modo hai affrontato questa sfida? Quali le difficoltà?

In prima istanza non ho avuto grossi sballottamenti fisici, mentali o psicologici perché avevo la famiglia attorno e vivevo in un limbo, la stanza d’ospedale. A dir il vero, appena svegliato sul letto di ospedale, ero io a cercare di tirar su di morale i miei familiari ed ero molto attento a non scaricare su di loro le mie difficoltà, dunque rendendo una situazione già pesante ancora più pesante. Le difficoltà maggiori sono tornare ad essere se stessi il prima possibile, reimparare a camminare e a gestire le proprie emozioni. La resilienza è fondamentale in questa prima fase. A mio padre ho detto: «metteremo una protesi e torneremo a fare ciò che riusciremo a fare». E ho visto mio padre rasserenarsi. Le dimissioni sono state il “battesimo” della nuova vita, il mio primo test: non avevo nemmeno la forza di alzarmi dal letto.

La sedia a rotelle è la primissima cosa che, secondo me, un amputato deve cercare di eliminare appena possibile perché più la persona si muove con le stampelle, più acquista forza e autonomia. Certo, non è semplice farsi vedere così: andando via con le stampelle, la gente vedeva ciò che mancava e di conseguenza era un po’ umiliante andare in giro ma grazie al sostegno dei miei amici mi sentivo protetto dagli occhi degli altri.

Dopo molti mesi ho avuto il momento più brutto della mia vita: il 13 dicembre 1997, giorno del mio compleanno, seduto sul letto mi chiedevo cosa esattamente stessi festeggiando – che a 21 anni avevo perso una gamba?. Mi chiedevo: «che senso ha festeggiare questa cosa quando io, quest’anno, ho perso una gamba?». Questo è stato l’inizio del mio periodo buio, che è durato un po’ di mesi.

Nella mia esperienza ho però imparato che il sostegno esterno deve essere progressivamente sostituito da motivazione personale. Quando hai delle persone attorno che ti fanno da cuscinetto, puoi sbattere dappertutto ma quando cadi hai sempre un cuscinetto. Quando sei da solo, sei tu che devi decidere cosa fare. Ho re-imparato a camminare perché il fisioterapista mi ha tolto le stampelle: è stato un azzardo perché fino a quel momento camminavo solo grazie alle stampelle. Nel momento in cui mi ha tolto l’aiuto, ho dovuto decidere cosa dovevo fare.

 

Qual è stato il tuo percorso di (ri)avvicinamento allo sport e in che modo ha impattato positivamente sulla tua vita?

Lo sport è la base di tutto. Se per i normodotati lo sport è indispensabile, per le persone in condizione di disabilità è essenziale, è fonte di vita.

Il mio percorso di ritorno alla pratica sportiva è stata una vittoria sulle mie paure, sui sensi di vergogna, sui test che pian piano mi sono posto. All’inizio praticavo con le protesi per quanto possibile, ma la pelle si rovina, si taglia – non fai tanta strada con la sola protesi. Inoltre non potevo usare le cuffie siliconiche. Per cui mi sono dovuto inventare qualcosa. Ascoltando i consigli della gente ho trasformato Moreno Pesce da “bipede” a “quadrupede” (ride, ndr): ho cominciato a usare le stampelle. È stata un’evoluzione: all’inizio coprivo la protesi, poi ho cominciato a scoprirla perché sono fatto così e vado bene così.

Una delle prime sfide in cui mi sono cimentato è stata quella di cercare di arrivare in cima alla Grande di Lavaredo: avevo quelle cime davanti a casa e le vedevo tutti i giorni. C’è stata gente che all’inizio non credeva nella possibilità che io potessi ritornare ad essere uno sportivo, che riuscissi a intraprendere e completare con successo delle gare. Questo è stato uno stimolo che mi ha permesso ancora di più di intraprendere questo percorso. Ovviamente non potevo farcela da solo, sono stato accompagnato pian pianino, con tanta pazienza e ce l’ho fatta. Peraltro, non mi ci sono cimentato subito: mi sono allenato per anni prima di riuscirci. E c’è stata una persona che mi ha preso per mano, che è stata a fianco a me, che ha capito cosa significasse svolgere attività fisica con una persona in condizione di disabilità e si è tarato, nello specifico, su di me e sui miei ritmi. Certo, mi stimolava a fare meglio, ma questa azione era sempre concordata da entrambi.

Poi ho affrontato tante altre sfide: il Monte Bianco, il Monte Rosa, quattro volte la Streif, la Vertical De Fully, l’Etna, la Tot Dret, Kitzbuhel, il Ghiacciaio Presena, l’Extreme Up, Marmolada – Punta Rocca, Col Di Lana, Punta Penia, Punta Helbronner, Cortina Snow Run, Gran Paradiso, El Cor etc.

Son rinato quando ho capito che potevo fare quello che potevo fare prima, solamente più lentamente. Non voglio fare l’atleta agonista, il paralimpico, non è la strada che ho scelto, anche perché sono papà e non mi va di stare troppo lontano dalla mia famiglia. Io voglio e mi piace divertirmi. Non accetto sfide superiori alle mie capacità. E decido io se voglio “alzare l’asticella”.

 

Quella della sfida è una narrazione che ricorre spesso nei tuoi racconti. Una l’abbiamo anche affrontata insieme, a settembre 2020 con il Tor in Gamba. Quali sfide ti attendono, invece, per il futuro?

Tor in Gamba è stato un successo perché abbiamo trovato delle persone che hanno creduto in questa idea che abbiamo realizzato. Ne è nato un progetto di inclusione, costituito da un percorso da completare, ovvero l’alta via 1 e 2 della Valle d’Aosta. È stata la realizzazione di un sogno, un sogno che qualcuno pensava non saremmo riusciti a realizzare. Il successo è stato, dunque, riuscire ad unire delle persone amputate e delle persone non amputate, che ci hanno fatto da accompagnatori, e contemporaneamente avere anche il supporto di persone esterne, al di fuori della regione Val d’Aosta. Ci tengo a ringraziare Fondazione Mazzola perché ha avuto un ruolo importante in tutto questo.

Prima del Tor in Gamba, questo progetto di condivisione d’esperienza tra disabili e normodotati è stato affrontato, in primis, con il Vertical Run del Gran Sasso, nel 2016, e con il Vertikal Punta Martin, nel 2017. Questo progetto di condivisione è stato ulteriormente ingrandito  con il Totdret 2018 e, cambiando ambiente, con AMA-Bilmente 2019.

Tra le prossime sfide ci sono sicuramente il Breithorn e AMA-Bilmente 2021. Altri progetti per l’immediato e il prossimo futuro potete trovarli nel calendario disponibile sul mio nuovo sito internet. Sempre in questo periodo, ho scritto un libro: “L’arto fantasma e le mie paure”, libro in cui parlo delle sfide, dei percorsi, dei trails, delle arrampicate che ho affrontato da quando sono “rinato”. Questo libro vuole essere un’ “eredità” per la mia bambina, come risposta al perché, di tanto in tanto, papà non è a casa: perché stavo facendo tutte queste cose.